Attualità
Il catalogo della vergogna: così le donne venivano classificate sul web
di Redazione

L’era digitale ha ampliato enormi possibilità di connessione e condivisione, ma ha anche aperto la porta a forme di misoginia e oggettivazione che trovano terreno fertile in forum e piattaforme online. Un caso emblematico, riportato da diversi media italiani, è quello del sito “phica.net” e di gruppi sui social media come “Mia moglie”, diventati tristemente noti per la loro pratica di "catalogare" donne, spesso senza il loro consenso.
Queste piattaforme, come rivelato da indagini giornalistiche, funzionavano come veri e propri database del sessismo. Le donne, incluse figure pubbliche, celebrità, ma anche comuni cittadine e persino minorenni, venivano classificate in base a criteri degradanti e oggettivanti. Termini come “calabresine porcelline”, “MILF”, o “VIP Italiane” venivano utilizzati per etichettare e raggruppare le vittime.
Il funzionamento era tanto semplice quanto inquietante: gli utenti, in molti casi uomini, pubblicavano foto, talvolta rubate o private, delle proprie mogli, fidanzate o conoscenti, invitando altri a commentare e a valutare. I commenti, come descritto nelle inchieste, erano di una volgarità e crudeltà estrema, riducendo le donne a "merce" o a "bestiame" da giudicare e umiliare. Questo fenomeno non è solo una manifestazione di sessismo, ma una profonda mancanza di rispetto che trasforma la vita privata in un'arena pubblica di denigrazione.
Nonostante l'attenzione delle forze dell'ordine, la lotta contro queste piattaforme si scontra con ostacoli significativi. La natura anonima di molti profili e il fatto che i server siano spesso localizzati all'estero rendono le indagini complesse e i processi di chiusura difficili. Spesso, una volta che un sito viene oscurato, un altro emerge a prenderne il posto.
Il problema, come sottolineato dagli esperti, va oltre l'aspetto legale. È una questione culturale che riflette una visione distorta e pericolosa della donna nella società. La reazione di alcuni utenti che incolpano le vittime per aver pubblicato foto "rivelatrici" dimostra come la mentalità misogina sia ancora radicata, giustificando la violenza verbale e la sessualizzazione altrui.
In conclusione, il caso di "phica.net" e di gruppi simili è un campanello d'allarme che evidenzia quanto sia fragile la protezione della dignità femminile online e quanto sia urgente un cambiamento culturale che sradichi la misoginia alla radice, sia nel mondo virtuale che in quello reale.
Una volta identificati, gli utenti di "phica.net" rischierebbero anche l’accusa di diffusione non autorizzata di immagini sessualmente esplicite (art. 612 ter del codice penale), reato per il quale le vittime hanno sei mesi di tempo per presentare denuncia.